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Crocetta: Nuova Ordinanza Rifiuti dell’11 Luglio – “Sanzioni ai Comuni che non differenziano”.

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Ed eccola l’ultima ordinanza di Crocetta, datata 11 luglio 2016, in cui ancora una volta si grida ai Comuni isolani di avviare e potenziare la raccolta differenziata nei rispettivi territori: “con le misure dei prossimi giorni e i provvedimenti sulla differenziata – afferma Crocetta – dimostreremo che nonostante le difficoltà ereditate dal passato, governiamo processi difficili con decisione e determinazione”.

Intanto i Comuni sono completamente in tilt a causa dei limiti di conferimento in discarica, imposti dal Governo Regionale stesso, trovandosi a dover combattere contro montagne di rifiuti gettati in strada, dati alle fiamme o preda di topi, cani e gatti. Sembra di vivere una soap opera, in cui un Governo Regionale, che fino ad oggi non ha mosso un dito per imporre la raccolta differenziata, vuole inculcare in qualche mese la cultura di differenziare nella cittadinanza isolana, dall’altra i Comuni che invece di rimboccarsi le maniche e aprirsi a chiunque possa agevolare la cultura della raccolta differenziata (scuole, terzo settore, imprese private, etc) si chiude nelle proprie stanze con i rispettivi Dirigenti e Segretari per studiare documenti (e a loro volte ordinanze) prive di significato pratico in quanto o ricalcano regolamenti e disposizioni vecchie di anni oppure hanno carattere punitivo nei confronti del cittadino che poco differenzia.

In quest’ultima Ordinanza, all’art. 4, si Ordina ai Comuni di non conferire in discarica sfalci di potature del verde pubblico e privato; tutti penserebbero che come prima cosa un Comune si metta in contatto con vivai e imprese agricole del proprio territorio al fine di favorire lo sviluppo di piccoli Centri di compostaggio situati in zone rurali e non, dato che attraverso processi del tutto naturali se ne trarrebbe compost. Ma nessuno lo ha fatto e nessuno lo farà, non per motivi burocratici (in quanto le ordinanze se ben utilizzate permettono ai Sindaci di operare in uno stato di urgenza e necessità in grado di superare tanti cavilli legali) e neanche per motivi economici (costa ed è costato molto di più conferirli in discarica per anni), la motivazione è data dall’apatia politica e sociale in cui si vive, di cui lo strumento legale della “proroga” ne è l’emblema.

Ancora all’art. 4 si Ordina ai Comuni di non far conferire i rifiuti differenziati alle attività commerciali che dovranno organizzarsi autonomamente con soggetti privati autorizzati, aspetto questo che se rispettato porterebbe ad un aggravio dei costi per le imprese, ma almeno si avrebbe un servizio efficiente dove gli imballaggi terziari recuperabili non andrebbero in discarica come succede oggi.

La Giunta regionale ha pure approvato l’istituzione dell’ufficio speciale per la differenziata. L’ufficio, sotto il coordinamento della Presidenza della Regione e del Dipartimento Acqua e rifiuti, opererà come supporto alle amministrazioni comunali per la corretta impostazione e la piena attuazione degli obiettivi di incremento della raccolta differenziata. Ma in quali tempi? Un sistema politico che tiene in piedi operando “di proproga in proroga” in tutti i settori, senza capire che una volta coperti tutti i buchi e le cavità naturali di immondizia, le proroghe non servono più; copriamo le strade, le campagne e perchè no dato che abbiamo la fortuna di vivere in un’isola: gettiamoli a mare. Condividiamo il pensiero di Gianfranco Zanna, presidente regionale Legambiente Sicilia – “Tante discussioni, inutili polemiche, divisioni tra correnti di partito, per poi produrre una nuova ipotesi di legge che ricalca in buona sostanza quella che c’è già: è da mesi che andiamo ripetendo che la legge 9 del 2010 è una buona legge, ha bisogno solo di qualche piccola modifica e di essere finalmente applicata (non a caso già prevedeva 10 Ato). Non si perda più tempo, si portino i rifiuti fuori dalla Sicilia, – spiega – per fermare l’emergenza causata dalle discariche sature, per cominciare ad applicare un serio piano di gestione dei rifiuti fondato sulla raccolta differenziata”.

Si continua a gettare in discarica l’oro ed invece di pensare subito ad azioni pratiche e concrete, non punitive o ripetitive di regolamenti vecchi di anni, che favoriscano la raccolta differenziata attraverso il meccanismo dell’incentivo ai cittadini ed ai Comuni virtuosi, si continuano a dare incentivi ai proprietari delle discariche ed ai loro conferitori!

Noi di ecoSIMARA siamo qui, già pronti, i primi ecocompattatori incentivanti sono partiti sul territorio del Comune di Ragusa e a breve si espanderanno in tutta la Provincia: la Rivoluzione sostenibile è iniziata.

DAI RIFIUTI ELETTRONICI SI PUÒ ESTRARRE L’ORO CON L’ACETO.

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I circuiti stampati e altri rifiuti elettronici contengono componenti d’oro difficilmente recuperabili con metodi sostenibili. Ma da oggi cambia tutto.

Trasformare i rifiuti elettronici in oro. Ci sono riusciti i ricercatori dell’Università del Saskatchewan, in Canada, che hanno trovato un sistema veloce, economico e rispettoso dell’ambiente per estrarre questo prezioso metallo da apparecchiature elettriche ed elettroniche giunte a fine vita.
Oggi si utilizzano principalmente due procedimenti industriali per rimuovere l’oro dagli scarti elettronici:
– La pirometallurgia, cioè l’estrazione del metallo dai minerali con temperature superiori ai 1.000 °C. Si tratta di un metodo ad alta intensità energetica, costoso e impattante, dal momento che rilascia composti organici come le diossine.

– L’Idrometallurgia, o metallurgia per via umida, che impiega solventi liquidi per ottenere la separazione dei metalli dal minerale. Le soluzioni impiegate coinvolgono l’uso di cianuro, acido nitrico, acido cloridrico.

A seguito di questi trattamenti, il materiale che conteneva l’oro non è più recuperabile: un grosso problema per l’industria del riciclo, che si vede privata di molti rifiuti preziosi in un’ottica di economia circolare. La bella scoperta dei ricercatori canadesi permette, invece, di sottrarre il metallo al rifiuto di partenza, senza pregiudicarne il recupero.

Dai rifiuti elettronici si può estrarre l’oro con l’aceto. Il trucco è utilizzare una soluzione di acido acetico e un ossidante, che permette di sciogliere l’oro in appena 10 secondi e estrarlo dai circuiti stampati lasciando intatte le componenti in rame, nichel, ferro e altri metalli.
La tecnica può portare benefici economici incredibili: gli scienziati ritengono che, a fronte di un processo estrattivo tradizionale che costa 1.520 dollari per kg di oro, l’utilizzo dell’acido acetico abbatterebbe le spese fino a 66 dollari al kg. Ogni anno il mondo produce oltre 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE). Una quota in rapida crescita a causa dell’incessante innovazione tecnologica e dell’obsolescenza programmata che la alimenta, accorciando il ciclo di vita dei dispositivi elettronici. Data la carenza di metodi di riciclo adeguati, oltre l’80% di questi rifiuti finisce in discarica, con gravi problemi ambientali che potrebbero, d’ora in poi, essere via via risolti con una buona dose di aceto.

cit. Rinnovabili.it

Finalmente inventata la plastica riciclabile al 100%

Finalmente inventata la plastica riciclabile al 100

La plastica riciclabile al 100% può esistere. Lo affermano due scienziati della Colorado State University, che ha inventato quello che sostiene essere il primo biopolimero al mondo che può essere completamente riciclato. Il materiale può essere riconvertito al monomero originale, il Gamma-butirrolattone (GBL), senza lasciare rifiuti. È un poliestere che, semplicemente riscaldato per un’ora, si converte al suo stato molecolare originale, pronto per il riutilizzo. Utilizzato come solvente industriale per la produzione di plastica e pesticidi, il Gbl è utilizzato negli USA (ma anche in Italia) come stupefacente allucinogeno, che ha preso il nome di “droga dello stupro”.

Nella loro ricerca, Eugene Chen e Miao Hong hanno scoperto come creare materiali plastici definiti «veramente sostenibili». Si tratta di polimeri completamente rinnovabili e riciclabili. Il loro lavoro è stato salutato come una svolta che potrebbe portare al pensionamento di materiali a base di petrolio.

Il team ha potuto riconvertire il polimero attraverso un processo particolare. Per ottenerlo servono temperature sono molto basse (fusione a freddo), mentre per tornare al materiale originale serve un calore di 220-300 °C. Entro queste soglie è possibile un completo recupero termico del polimero.

Finalmente inventata la plastica riciclabile al 100 2«Più di 200 chili di polimeri sintetici vengono consumati ogni anno da una persona», ha affermato Eugene Chen. L’esperto ha poi sottolineato che tra tutte le plastiche biodegradabili esistenti, nessuna fino ad ora si è rivelata essere completamente riciclabile. In precedenza, infatti, le bioplastiche potevano essere sottoposte a recupero termico soltanto parziale.

Oggi ci sono diverse materie plastiche biodegradabili sul mercato, primo fra tutti un materiale a base di acido poliattico (PLA). Tazze, posate compostabili e confezioni vengono realizzate in PLA. Tuttavia, pur essendo biodegradabili, non sono veramente riciclabili perché non possono essere completamente riportate al loro stato monomerico originale senza formare altri sottoprodotti indesiderati.

La chiusura del ciclo tipica dell’economia circolare, dunque, si ha soltanto con il Gamma-butirrolattone testato dai due ricercatori del Colorado. Che si tratti di una innovazione potenzialmente decisiva è dimostrato dal fatto che Chen e Hong hanno ricevuto il Presidential Green Chemistry Challenge Award nel mese di novembre, dopo una pubblicazione su Nature Chemistry.

cit. Rinnovabili.it

Rotterdam: Solo asfalto riciclato nella pista ciclabile.

Solo asfalto riciclato nella pista ciclabile di Rotterdam 4

Una pista ciclabile con il 100% di asfalto riciclato. Nessuno ci è mai riuscito, ma la cittadina olandese di Rotterdam sarà la prima. Sono iniziati infatti i lavori per la costruzione della ciclovia, che dovrebbe utilizzare solo materiale di riciclo in ciascuno dei tre strati di cui si compone una pavimentazione stradale.

Al progetto lavorano congiuntamente la KWS Infra – ditta di infrastrutture locale specializzata in asfalti riciclati – e la Arizona Chemical, azienda americana specializzata nella produzione e bioraffinazione del tallolo. Esso è un liquido viscoso, di colore variabile dal giallo al marrone scuro, ottenuto come sottoprodotto del processo di lavorazione della polpa del legno delle conifere. Il nome deriva dal termine svedese tallolja, che significa “olio di pino”.

Solo asfalto riciclato nella pista ciclabile di Rotterdam 5Fino ad oggi, l’uso di materiali di riciclo negli asfalti di tutto il mondo è stata limitata a circa il 30% del totale. Il motivo? Percentuali maggiori non garantivano affidabilità e durabilità delle carreggiate, che rischiano crepe, sprofondamenti o deterioramenti anche dovuti all’impatto degli agenti atmosferici.

L’Arizona Chemical, tuttavia, ha sviluppato un composto bio-based  con proprietà ringiovanenti per l’asfalto, capace di rigenerare il bitume utilizzato nel mix. L’additivo, ricavato dal tallolo, sembra funzionare meglio di ogni altro emulsionante utilizzato prima d’ora nel riciclo degli asfalti. Alcuni test che usano questo agente ringiovanente hanno avuto successo impiegando il 70% di asfalto recuperato nel mix, più che raddoppiando dunque le percentuali fino ad oggi conosciute. Risultati simili sono attesi con i test che impiegano il 100% di pavimentazioni recuperate.

L’obiettivo è semplice: utilizzare la maggior quantità possibile di asfalto riciclato, in modo da abbattere le quantità che finiscono smaltite in discarica. Inoltre, non dovendo trasportare bitume fresco verso gli impianti di miscelazione riduce l’impronta di carbonio associata alla produzione di asfalto. Ciliegina sulla torta, tutto ciò si tradurrebbe in un notevole risparmio economico. Se la pista ciclabile di Rotterdam resisterà alla prova del tempo e all’usura, è possibile che l’asfalto riciclato al 100% diventi un modello estendibile su scala globale.

cit. (Rinnovabili.it)

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AL VIA LA SETTIMANA EUROPEA DEI RIFIUTI: “FARE PIU’ CON MENO”.

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Si terrà dal 21 al 29 novembre 2015, sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, la settima edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, che avrà come tema la dematerializzazione, ovvero come  “fare più con meno”.

La “Settimana” è nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholder e i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’Unione Europea e che gli Stati membri sono chiamati ad attuare.

Il crescente successo dell’iniziativa ha portato nel 2014 i 27 Paesi partecipanti a mettere in campo circa 12.000 azioni, di cui 5.643 solo in Italia (record europeo per il quarto anno consecutivo).
Anche per il 2015 l’obiettivo sarà coinvolgere il più possibile pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, scuole, università, imprese, associazioni di categoria e cittadini a proporre azioni volte a prevenire o ridurre i rifiuti a livello nazionale e locale.

Tema di quest’anno sarà la dematerializzazione, cioè la riduzione o l’eliminazione dell’uso di materiali nello svolgimento di una funzione, nell’erogazione di un servizio, e/o la sostituzione di un bene con un servizio. Un esempio è la digitalizzazione dei documenti e l’informatizzazione dei processi e delle comunicazioni (es. il pagamento di bollette online, l’acquisto di biglietti elettronici ecc.), ma anche la condivisione di uno stesso bene fra più persone con il conseguente passaggio dal possesso all’utilizzo (es. il car sharing). Alla dematerializzazione è indirettamente riconducibile anche il miglioramento dell’efficienza con cui si utilizzano le risorse materiali grazie, ad esempio, al riutilizzo di un bene, all’eliminazione o all’alleggerimento di un imballaggio ecc.

In Sicilia tanti appuntamenti eccoli: http://www.ecodallecitta.it/notizie/377116/serr-2013-in-sicilia-e-sardegna-le-azioni-di-riduzione-dei-rifiuti-nelle-isole/

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Rifiuti, raccolta differenziata del vetro: cresce al Sud

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La raccolta differenziata del vetro cresce al Sud (+ 6,8% rispetto al 2013) ma si può fare ancora di più. La resa media nel Meridione è di 19 chilogrammi per abitante l’anno, contro i quasi 30 chilogrammi della media nazionale, che sembrano lontani ma si possono raggiungere, come dimostrano non solo il Comune di Salerno (30 Kg/abitante) ma anche la Campania e l’Abruzzo.

Far crescere la raccolta differenziata laddove ci sono ancora margini e migliorarne la qualità può permettere di ottenere grandi benefici ambientali, ma anche economici. Nel 2014 la raccolta differenziata del vetro ha evitato agli italiani costi per lo smaltimento in dicarica pari a quasi 150 milioni di euro e corrisposto direttamente o indirettamente ai Comuni, tramite il sistema CoReVe, 56,8 milioni di euro.

I dati sono emersi dal Convegno “Raccolta differenziata del vetro, costo o opportunità?” promosso da CoReVe, il Consorzio per il recupero del vetro da imballaggi e da Anci, l’Associazione dei comuni d’Italia, per dare informazioni sul riciclo del vetro e su quanto, con metodo e determinazione, si può fare, sottolineando i benefici economici e ambientali di una raccolta differenziata fatta bene.

La raccolta differenziata degli imballaggi in vetro è un esempio di gestione intelligente delle risorse del Paese. Permette di preservare l’ambiente, rendendo marginale l’uso della discarica per i rifiuti di imballaggi in vetro e rende anche l’industria in grado di risparmiare energia e ridurre le emissioni di gas serra. I numeri della raccolta differenziata del vetro nel sud dell’Italia – ha spiegato Franco Grisan, presidente del CoReVe – ci dimostrano che ci sono ancora ampi spazi di miglioramento: sia per quel che riguarda le quantità intercettate che per la qualità del materiale raccolto che deve consentire il successivo riciclo. L’obiettivo di questo incontro è proprio quello di far emergere proposte e soluzioni concrete per superare le inefficienze e gli ostacoli che penalizzano cittadini e territori del Sud grazie anche alla consapevolezza di quanto è già stato fatto finora”.

“L’ Anci- ha dichiarato Nicola Nascosti, membro della Commissione tecnica Anci-CoReVe – ha sottoscritto il nuovo accordo con CoReVe che ha due capisaldi: un aumento dei corrispettivi, garantito nei primi due anni eventualmente mediante conguagli e un miglioramento certo della qualità della raccolta. La garanzia è stata ottenuta nella consapevolezza che i Comuni potrebbero aver bisogno di un po’ di tempo per migliorare l’organizzazione della raccolta differenziata e sviluppare la comunicazione ai cittadini. I dati in nostro possesso testimoniano infatti che il riciclo del vetro sta crescendo anche grazie ai numerosi progetti presentati alla Commissione tecnica ANCI-CoReVe negli anni scorsi dai Comuni interessati che, oltre a introdurre elementi di novità nei sistemi di gestione del recupero dei rifiuti in vetro, hanno contribuito anche ad un maggiore coinvolgimento dell’intera cittadinanza in questi processi virtuosi”.

La Puglia come esempio di Regione in cui ci sono ampi margini di miglioramento. La raccolta media nel 2014 è stata pari a 15,4 kg per abitante, circa 4,5 Kg in meno rispetto a quella del Sud nel suo complesso, ma all’interno delle diverse province abbiamo situazioni e realtà molto diverse. In Provincia di Lecce si registra una resa di 21,4 kg per abitante, be al di sopra della media regionale e di quella dell’intero Meridione, mentre nelle Provincie di Foggia o di Taranto, ad esempio, la raccolta del vetro è, rispettivamente, di 9,1 kg e 8,9 Kg per abitante, quindi c’è ancora molto da fare.

cit. www.today.it

 

 

Ecoreati: pene e sanzioni della nuova legge

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Inquinamento ambientale punito con reclusione da due a sei anni e multe fino a 100mila euro, mentre per il disastro ambientale pene da cinque a 15 anni di carcere: sono alcune delle disposizioni della nuova legge sugli Ecoreati approvata in via definitiva dal Senato martedì 19 maggio con 170 sì, 20 no e 21 astensioni. La norma introduce nel codice penale italiano cinque nuovi reati contro l’ambiente (disastro e inquinamento ambientale, traffico e abbandono materiale ad alta radioattività, impedimento dei controlli, omessa bonifica), alcuni dei quali come visto considerati di particolare gravità, inasprendo la lotta alle ecomafie e in generale segnando un cambiamento di passo rispetto ai reati contro l’ambiente. Reazioni soddisfatte da governo e istituzioni. Vediamo i punti fondamentali.

Disastro e inquinamento ambientale

Viene previsto il reato di “disastro ambientale“, con un nuovo articolo del codice penale, il 452-quater. «Chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni». Costituiscono disastro ambientale:

  • l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
  • l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
  • l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo;

L’inquinamento ambientale è invece introdotto con l’articolo 452-bis del codice penale, e punisce con la reclusione da due a sei anni e multe da 10mila a 100mila euro chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili delle acque, dell’aria, di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

In entrambi gli ecoreati sopra esposti (disastro ambientale o inquinamento ambientale), le pene sono aumentate nel caso in cui il danno sia provocato in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette.

Se da un reato di inquinamento ambientale deriva, come conseguenza non voluta, una lesione personale, reclusione da due anni e sei mesi a sette anni (unica eccezione: se la malattia dura meno di 20 giorni). Se la lesione è grave, la pena della reclusione va da tre a otto anni, se la lesione è gravissima, pena da quattro a nove anni. In caso di decesso, reclusione da cinque a dieci anni. Ancora: se l’inquinamento provoca la morte di più persone, lesioni di più persone, morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l’ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, fino a un massimo di 20 anni di reclusione.

Se gli ecoreati di inquinamento ambientale o di disastro ambientale sono colposi, le pene sono diminuite da uno a due terzi, mentre se i fatti determinano (sempre in via colposa) il rischio di inquinamento o disastro ambientale, le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo.

Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività

Il reato colpisce chiunque «abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività», ed è punito con reclusione da due a sei anni e multe da 10mila a 50mila euro. Pene aumentate se dai fatti deriva il pericolo di compromissione o deterioramento di acque, aria, porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, ecosistema, biodiversità, anche agraria, flora o fauna. Pena aumentata fino al raddoppio se dai fatti deriva pericolo di vita o rischio incolumità delle persone.

Impedimento del controllo

Reclusione da sei mesi a tre anni per chiunque negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l’attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, oppure ne compromette gli esiti.

Omessa bonifica

Reclusione da uno a otto anni e multa da 20mila a 80mila euro per chi non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi pur essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice, o di un’autorità pubblica.

Le aggravanti per Ecomafie

In tutte le ipotesi in cui i reati contro l’ambiente derivano da associazioni a delinquere (tecnicamente, quando rientrano nell’articolo 416 del codice penale), le pene previste dallo stesso articolo 416 sono aumentate. Stesso discros, nel caso in cui l’associazione sia di tipo mafioso (articolo 416 bis). Sono poi previste altre aggravanti, con relative pene.

Pene diminuite dalla metà a due terzi per chi, avendo partecipato a un reato ambientale aggravato da associazione, «si adopera per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori», oppure prima dell’apertura del processo di primo grado «provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi». Pene diminuite da un terzo alla metà nei confronti di colui che, sempre dopo aver partecipato ai reati aggravati da associazione, «aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto, nell’individuazione degli autori o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti».

In caso di condanna per i reati ambientale, è prevista la confisca dei beni che rappresentano il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato.

Reazioni

Soddisfazione del premier, Matteo Renzi, e del ministero dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, mentre sia il presidente del Senato, Piero Grasso, sia il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, definiscono il provvedimento «storico». Orlando sottolinea che con questa nuova legislazione «un caso come quello dell’Eternit non sarà mai più proponibile». (Fonte: testo della legge sugli Ecoreati approvato)

cit. – www.pmi.it

Spazzatura, ecologia e riciclo le nuove frontiere dei “cercatori d’oro” .

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Lo chiamano «urban mining», e sta dilagando in Giappone. Consiste nell’estrarre da vecchi prodotti elettronici materiali pregiati, fra i quali iridio e oro. Un’attività che si sta dimostrando particolarmente interessante vista anche la crescita del prezzo dei metalli preziosi. I materiali recuperati vengono reimpiegati in nuovi prodotti di elettronica mentre l’oro e gli altri metalli preziosi vengono fusi e rivenduti sotto forma di lingotti a gioiellieri, oppure a industrie che lo riutilizzano proprio per i circuiti dei cellulari. Sembra un business perfetto, si elimina spazzatura elettronica e si ricicla ed in tutto questo si fanno profitti. Il presidente di Eco-System Recycling Tadahiko Sekigawa sta sfruttando questa miniera d’oro prodotta dalla civiltà elettronica e dalla diffusione dei cellulari, ha spiegato all’agenzia Reuters “Che siano metalli più o meno preziosi, noi vogliamo riciclare il più possibile”.
Una tonnellata di telefonini produce 150 grammi d’oro
Da una tonnellata di minerali grezzi si ottengono mediamente solo 5 grammi di oro, mentre da una tonnellata di telefoni cellulari se ne ricavano circa 150, secondo uno studio pubblicato da Yokohama Metal Co Ltd, altra società di riciclo giapponese. Ma da una tonnellata di telefonini si estraggono anche100 kg di rame e 3 kg di argento. Il riciclo dell’elettronica è fondamentale per il Giappone, che ha scarse risorse naturali con cui alimentare la sua industria di elettronica da miliardi di dollari, ma decine di milioni di vecchi cellulari e altri aggeggi che ogni anno vengono buttati via possono diventare una “miniera d’oro” in mano di astuti ed intraprendenti uomini d’affari con il fiuto del futuro.
In Italia, secondo i dati disponibili, vengono rottamati circa 10 milioni di cellulari l’anno, ma se allargassimo lo sguardo sul continente europeo i numeri sono da fare girare la testa. Secondo le ultime ricerche circa un europeo su quattro (27%) sostituisce il telefonino ogni anno mentre sono circa il 60% gli europei pronti a comprare un telefonino allo scoccare del suo secondo anno di vita. Inoltre su oltre 100 milioni di telefonini venduti in Europa ogni anno, ne vengono riciclati solo 2,5 milioni. Un comportamento considerato pericoloso poiché i componenti utilizzati per la costruzione dei cellulari (così come per i PC) sono altamente dannosi per l’ambiente in quanto contengono metalli pesanti come piombo, mercurio, cadmio, cromo e anche plastiche di vario genere spesso trattate con ritardanti di fiamma bromurati.
Oro dalla spazzatura
Nell’impianto di riciclo Eco-Systems dove sono trattate tonnellate di cellulari, ubicato a Honjo, a 80 km da Tokyo, gli scarti elettronici e industriali sono inizialmente smontati a mano, poi immersi in solventi chimici per eliminare i materiali non utilizzabili, quindi il metallo rimanente viene raffinato. Eco-System produce circa 200-300 kg di lingotti d’oro al mese, puri al 99,99%, per un valore che oscilla tra i 5,9 e gli 8,8 milioni di euro, l’equivalente di una piccola miniera d’oro. Ma nonostante l’interesse crescente verso l’ambiente e il riciclo, il settore stenta ad ottenere abbastanza cellulari per alimentare i suoi impianti. I 128 milioni di abitanti del Giappone usano in media il cellulare per due anni e 8 mesi, ma solo il 10-20% ogni anno viene riciclato.
In altri paesi e proiettando dati su territori più vasti, il riciclo di questa spazzatura elettronica sarebbe un vero uovo di Colombo.
Di certo qualcuno anche da noi si è già reso conto che questa può essere una grande opportunità visto che Vodafone in particolare ha lanciato una compagna nel 2007 di raccolta dei cellulari obsoleti che ha portato alla raccolta di oltre un milione di apparecchi e di 25 tonnellate di materiali.
Ma non è tutto perché lo smaltimento sbagliato è un problema di cui si è occupata anche la Comunità Europea emanando ben 3 direttive (222/95/CE – 2002/96/CE – 2003/108/CE) recepite dal Governo italiano con il D.Lgs. 151/05, finalizzato appunto alla prevenzione della produzione dei rifiuti elettronici e alla realizzazione di un’efficace sistema di raccolta differenziata e recupero/riutilizzo degli stessi.
Aziende di questo tipo quindi andrebbero ad inserirsi in un contesto che forse troverebbe persino dei finanziamenti comunitari o nazionali perché risolverebbero una emergenza reale.
Persino organizzazioni legate alla Chiesa cattolica si stanno attivando attraverso raccolte di telefonini nelle parrocchie. Nella sola Lombardia nei soli mesi di giugno-luglio 2007 sono stati raggiunti quantitativi di 10.000 cellulari raccolti.
In conclusione dobbiamo sottolineare quanto effettivamente questo tipo di iniziative, pur essendo a scopo di lucro, possano venire a sostegno del sistema ecologico del nostro pianeta, anche perché si tratta di rifiuti particolarmente pericolosi se dispersi nell’ambiente. Gli osservatori sanno che il settore che sarà sempre più in crescita nei prossimi anni è proprio quello della raccolta, smaltimento e/o riciclo dei rifiuti di cui siamo dei produttori instancabili e se l’oro è nella spazzatura, gli spazzini saranno coperti d’oro.

“Essenze di Sapone”, dall’olio esausto alle saponette. Le nuove frontiere del riciclo.

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Quante volte in cucina vi sarà capitato di non sapere dove buttare l’olio esausto delle fritture. Normalmente viene sempre riversato nelle fognature e quasi nessuno è consapevole che questo provoca danni al sistema di depurazione e alle reti fognarie in quanto l’olio, penetrando nel suolo, contamina la falda e le acque superficiali, creando una pellicola che ostacola l’ossigenazione dell’acqua. Quintali di olio esausto da noi prodotto, contribuiscono pertanto a deteriorare il nostro ecosistema, quando invece potrebbero essere riutilizzati per molti scopi utili.Alcuni Comuni italiani si sono attrezzati installando in varie parti delle città (a es. Rimini, Venezia), contenitori per il recupero dell’olio da cucina usato, con l’obiettivo di raccogliere molte tonnellate di olio alimentare da riutilizzare per la produzione di energia elettrica o biodiesel.L’olio usato può essere anche riutilizzato per produrre prodotti per l’igiene della casa e quella personale, come le saponette. Una saponetta prodotta con l’olio esausto è altamente biodegradabile, naturale, concentrata e, soprattutto, ecologica!
I saponi ora in commercio, soprattutto quelli liquidi, sono una miscela di tensioattivi, aromi, coloranti, glicerina, paraffina, gelificanti, schiumogeni. E un sapone è riconosciuto efficace quanta più schiuma produce. Ma in realtà non è così e tutti questi ingredienti sono abbastanza aggressivi sulla pelle, causando spesso, sulle pelli più sensibili, dermatiti e irritazioni.
Una saponetta prodotta con l’olio esausto ha il vantaggio di essere naturale e biodegradabile e soprattutto, rispettosa dell’ambiente.
Molte persone oggi si domandano cosa fare con l’olio usato. Alcune producono le saponette in casa, altre ancora si sono organizzate in gruppi di lavoro, per sensibilizzare la comunità sul problema di come smaltire gli olii domestici, evitando di gettarli nell’immondizia.Una di queste realtà indipendenti è “Essenze di Sapone”, nata dall’idea di Giancarlo Colella, dipendente Tim, attivista del Movimento Cinque Stelle, che sta sostenendo attivamente questo progetto, affiancato da Stefano Possenti per la parte tecnica e Francesca Coratti per la parte organizzativa. Un piccolo team molto attivo, entusiasta e appassionato. Da quattro mesi dedicano ogni momento libero alla raccolta degli olii esausti presso le famiglie, i centri anziani o le associazioni per i disabili e alla produzione di saponette.
Dopo molti studi sul problema del riciclo dell’olio” spiega Giancarlo Colellaabbiamo creato un piccolo laboratorio vicino a Frascati con il mio amico Stefano Possenti, dove abbiamo messo a punto una tecnica di ripulitura degli olii e una formula naturale per la creazione di saponette naturali, o alle erbe aromatiche coltivate da noi nell’orto: rosmarino, salvia, alloro, aloe”.
Ma com’è ripulito l’olio usato e qual è il processo di lavorazione per trasformarlo in sapone? Ci spiega Giancarlo Colella: “Spesso arrivano cisterne con diversi olii mischiati. Vanno controllati i diversi parametri, poi tutto l’olio è lavato con l’acqua, filtrato più volte e lasciato a riposare vari giorni e infine trattato con tutti prodotti naturali, principalmente piante aromatiche che danno un profumo naturale al sapone, che non contiene dunque profumi sintetici. Il tutto resta a macerare per 20/30 giorni nelle erbe, per poi essere filtrato di nuovo e lasciato a macerare. Questo tempo di macerazione fa sì che le erbe aromatiche rilascino vitamine e profumo nell’olio, secondo la pianta utilizzata. Infine c’è un periodo di stagionatura che varia dai due ai dodici mesi. In realtà, più passa il tempo, più la saponetta diventa pregiata”.La cosa particolare è che il successo di questo progetto è tutto dovuto alle persone che ne fanno parte: dai fornitori (Famiglie, associazioni disabili etc..) che cedono un prodotto di scarto (olii esausti) per poi riacquistare un prodotto finito ‘pulito’, le saponette aromatiche appunto. Anche i produttori sono molto attivi a spingere il ‘concept’, sensibilizzando un largo pubblico sulla necessità del riciclo, anche attraverso la loro attività sociale nei Municipi, sostenuti dal Movimento Cinque Stelle. Si è venuto a creare dunque un circuito-ecologico senza fini di lucro, ma che comunque sarà anche in grado di smuovere a piccoli passi l’economia dei prodotti naturali eco-friendly.
Le saponette sono state confezionate in packaging rispettosi dell’ambiente e saranno commercializzate principalmente attraverso i gruppi solidali di acquisto (G.a.s), che acquistano solo prodotti derivati dal riciclo.

 

Cit. Stefania Taruffi