IL SOLE 24 ORE. Rifiuti in Sicilia/ Commissione regionale sulle discariche private: «Pareri rilasciati al telefono e “pizzini” delle ditte sulla gestione»

Cari lettori, come sapete nel recente passato ho trattato della gestione ambientale in Sicilia, con riferimento alle audizioni svolte a Roma dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti (rimando per questo ai link a fondo pagina).

La stessa Commissione a metà marzo si è recata in trasferta in Sicilia, segnatamente a Catania, dove ha svolto una serie di altre interessantissime audizioni.

Tra queste ho scelto di dar conto di quella forse più paradossale che però, attenzione, rappresenta plasticamente il delirio gestionale che attraversa questa regione.

L’audizione in parola è quella della Commissione di verifica sulle discariche che sì è svolta il 13 marzo dalle ore 10.27, alla presenza del presidente della Commissione bicamerale Alessandro Bratti (Pd). Sapevate che in Sicilia esiste anche una commissione regionale su questo tema? Ora che lo sapete leggete cosa ha da dire.

A parlare è Livia Di Franco, componente della Commissione, che ci tiene a sottolineare che i componenti della stessa, hanno analizzato solo le discariche private (sono quattro) ma all’interno della Commissione hanno lavorato anche alcuni rappresentanti delle pubbliche amministrazioni (sai che sollievo saperlo).

Specificato questo, Di Franco dipana i fili comuni che hanno incontrato nel loro lavoro.

Un filo comune è che tutti gli impianti cominciavano sempre i lavori prima di ottenere le autorizzazioni. Ebbene si, avete letto bene. E ora leggete meglio: «L’autorizzazione era sempre successiva. Nella relazione, abbiamo citato degli esempi per par condicio per tutte le discariche, in modo che potete verificare. Ne abbiamo citati un paio per discarica. Ovviamente, i procedimenti amministrativi sono stati condotti leggendo e studiando le conclusioni dove c’erano le non conformità legislative».

Tuttavia, l’aspetto più interessante di queste relazioni sono i paragrafi, i verbali, le conferenze di servizio, la copiosa corrispondenza, che la Commissione ha trovato o ritrovato agli atti (anche informali) trattenuti nei faldoni dai responsabili dei procedimenti, che dimostrano quale il tipo di rapporto intercorresse tra la pubblica amministrazione, la ditta e il rilascio dell’autorizzazione.

Nulla di penalmente rilevante (o quanto meno non è certo la Commissione che può esprimersi sul punto) ed infatti Di Franco è chiara sul punto: «Queste non sono non conformità legislative. Le abbiamo chiamate anomalie, discrasie dell’istruttoria, ma sono quelle che in realtà rendono meglio l’idea».

Già, rendono bene l’idea su quale andazzo abbia seguito la gestione ambientale, con riflessi che inevitabilmente si proiettano nell’attualità che attraversa perennemente questa regione.

Di Franco cita qualche esempio, a prescindere dalla discarica, perché tutte e quattro hanno lo stesso problema. «Abbiamo incontrato pareri rilasciati telefonicamente, non nel senso che abbiamo prova che c’è stata la telefonata – spiegherà bene Di Francoma che in un verbale di una conferenza di servizio svolta presso la prefettura di Catania si scrive che viene contattato telefonicamente il responsabile del dipartimento che rilascia telefonicamente il proprio parere».

Tutto qui il campionario? Ma va…Leggete: «Abbiamo ritrovato pareri contrari, ribaditi più volte dagli enti, per esempio da un comune, trasformati in pareri positivi nell’autorizzazione, anche citando con protocollo e data pareri positivi dello stesso comune dati per un altro impianto. Non si citano, quindi, quelli negativi, ma quelli positivi dati per un’altra situazione. Abbiamo trovato rapporti istruttori di valutazione d’impatto ambientale negativi portati in conferenze di servizio negativi e diventati positivi nelle premesse del decreto».

Ma il bello deve ancora venire: «Ci sono addirittura carte informali, che quindi potevano anche essere stracciate, come normalmente accade, e invece lasciate agli atti, in cui per esempio esce un decreto per una ditta, che consegna al responsabile del procedimento, che ce l’ha ai suoi atti, una copia modificata: “Questo non lo voglio”, “Questo non mi va bene”, “Questo, ma sei pazzo”. Il decreto viene revocato e dopo dieci giorni esce un decreto con le esatte modifiche richieste, con prescrizioni eliminate o cambiate, così com’era stato richiesto dalla ditta».

Ora, forse, questi ultimi aspetti interesseranno la magistratura (che magari ne sarà già informata, perché a me pare gravissimo quel che Di Franco dice a nome e per conto della Commissione e del resto non va dimenticato che la stessa Commissione bicamerale ha gli stessi poteri della magistratura ordinaria) ma leggete cosa ho scelto per voi, fior da fiore. «Anche negli atti ufficiali, come provvedimenti impugnati al Tar, magari dai comitati o dai sindaci – continua serena nella sua analisi Di Francoci sono note ufficiali delle ditte che scrivono all’autorità competente ordinandole di difenderle in un certo modo. Parliamo di carte ufficiali, protocollate, firmate, lasciate agli atti, per obbligare a difendere il provvedimento dato in un certo modo. Potremmo citare tanti altri esempi…».

C’è altro da aggiungere? Non credo ma forse la magistratura…

Cit. Roberto Galullo – Il Sole 24 Ore